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Il viaggio di C.T. Ramage nel Cilento del 1828

di Elena Paruolo

 

Alla presentazione del libro curato da Raffaele Riccio, intitolato Attraverso il Cilento. Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828 – avvenuta mercoledi 12 agosto 2015, presso il Museo Comunale delle Testimonianze e della Memoria, a Centola – hanno partecipato il Sindaco di Centola, Dott. Carmelo Stanziola; il Presidente dell’Associazione Progetto Centola, Prof. Ezio Martuscelli; Raffaele Riccio, professore di Storia e Filosofia in un Liceo di Bologna, e la relatrice Elena Paruolo, anglista dell’Università di Salerno.

Profondo è stato l’interesse mostrato dai partecipanti di fronte al viaggio compiuto da uno straniero, C.T. Ramage, nel loro territorio nell’Ottocento. Volevano saperne di più, per cui numerose sono state le domande, le richieste di precisazioni, e alcuni – come nel caso di un esponente della famiglia Lupo – hanno anche fornito informazioni su loro antenati collegati ai personaggi incontrati da Ramage nel suo viaggio.

Qui di seguito alcune immagini dell’evento e l’intervento della relatrice.

 

Il viaggio, osserva Dacia Maraini, è tante cose. E’ “un modo di allargare il tempo, di renderlo più spazioso, più profumato, più profondo”.

A partire dal Seicento, il viaggio diventa il Grand Tour (Grande giro) – un lungo viaggio che può durare mesi ma anche anni – tappa quasi obbligatoria nell’educazione dei giovani aristocratici e rampolli dell’alta borghesia di Francia, Germania, Inghilterra, i quali confrontandosi con culture diverse dalla propria imparano a conoscere le antichità, l’arte, l’architettura, i costumi di altri paesi. Luogo privilegiato del viaggio è l’Italia, dove, oltre a Roma, le città più visitate sono Venezia, Vicenza (con le ville del Palladio), Firenze, Napoli. Poi, dopo il 1740, con gli scavi di Pompei e il rinvenimento dei templi di Paestum, i viaggiatori incominciano a scendere sempre più a Sud, verso la Calabria, e i luoghi della Magna Grecia che si affacciano sullo Ionio.

Goethe – che ha visitato l’Italia più di una volta tra il 1786 e il 1788, e che si è trovato ad assistere all’eruzione del Vesuvio – esprime il suo desiderio e la sua nostalgia del Sud ( “laggiù…”) quando scrive:

 

Conosci il paese dove fioriscono i limoni?

Nel verde fogliame splendono arance d’oro

Un vento lieve spira dal cielo azzurro

Tranquillo è il mirto, sereno l’alloro

Lo conosci tu?

Laggiù, laggiù

Vorrei con te, o mio amato, andare!

 

Ma… esprime anche sensazioni diverse quando, dopo il suo secondo viaggio, scrive:

 

L’Italia è ancora come la lasciai,

ancora polvere sulle strade,

ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.

Onestà tedesca ovunque cercherai

invano,

C’è vita e animazione qui,

ma non ordine e disciplina

ognuno pensa per sé, è vano,

dell’altro diffida,

e i capi dello stato, pure loro,

pensano solo per sé.

 

Il Viaggio in Italia (1816/17) di Goethe è forse uno dei modelli più riusciti del genere letterario che ha per oggetto una o più esperienze di viaggio realmente vissute dall’autore, il quale descrive ciò che vede in un paese straniero, le persone che incontra, gli eventi … Nei resoconti di viaggio scritti nel Settecento (epoca dell’Illuminismo) si riscontra una certa oggettività, invece, in quelli dell’Ottocento – scritti sotto l’influsso del Romanticismo – emerge una maggiore soggettività ed emotività del viaggiatore. Tra gli autori che hanno contribuito a questo genere, scrivendo dell’Italia, vorrei ricordare lo scrittore inglese George Gissing che in Sulla riva dello Ionio (By the Ionian Sea, 1901) descrive un suo viaggio nei luoghi della Magna Grecia, avvenuto nel 1897, esprimendo simpatia per le genti del Sud di cui sottolinea la dignità e la gentilezza.

Il viaggio in Italia è uno dei motivi ispiratori anche di molti romanzi che raccontano storie affascinanti – spesso ricorrendo a protagoniste femminili (forse perché nell’Ottocento anche le donne incominciano a partire per il Grand Tour…) – che si snodano tra le antichità di Roma o le bellezze artistiche di Firenze e di altre città. Ad esempio, in Ritratto di signora (Portrait of a Lady, 1881) lo scrittore americano Henry James, che allarga i confini del Grand Tour dagli Stati Uniti all’Europa, e che all’ innocenza del Nuovo mondo contrappone la corruzione del Vecchio mondo, racconta di Isabel Archer, una bella e volitiva ragazza americana che viene in Europa, e si ferma a Roma dove la sua vita si svolge tra antichi palazzi e sordide congiure. In Camera con vista (A room with a view, 1908), lo scrittore inglese E.M. Forster, ci fa conoscere invece una giovane donna dell’età Edoardiana in viaggio a Firenze, città che diventa luogo della sua liberazione emotiva, psicologica e fisica.

Ma torniamo ai resoconti di viaggio.

Questa sera parleremo di C.T. Ramage, studioso scozzese vissuto nell’Ottocento, che dopo essersi laureato in Lettere Classiche presso l’Università di Edinburgo, poco più che ventenne, decide di trascorrere il periodo aprile-giugno 1828 nel Sud dell’Italia. Dal viaggio trae poi un libro intitolato Ramage in South Italy. The nooks and by-ways of Italy. Wanderings in search of its ancient remains and modern superstitions, pubblicato nel 1868. Questo volume, tradotto in italiano a distanza di un secolo, nel 1966, come Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, comprende anche una parte che riguarda il Cilento.

Proprio le pagine sul Cilento – ma in una nuova e più precisa traduzione di Raffaele Riccio – costituiscono il libro Attraverso il Cilento. Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828, che presentiamo questa sera. La bella Introduzione e le accurate Note sono di Raffaele Riccio. La postfazione è di Roberto Ritondale. La casa editrice è Edizioni dell’Ippogrifo (Sarno) che – dopo la prima edizione del 2013 – lo ha ristampato nel 2014.

Leggendo le note di viaggio di Ramage – e guidati dalla Introduzione di Raffaele Riccio – apprendiamo che lo studioso e viaggiatore scozzese ha trascorso una settimana nel Cilento, girandolo a piedi, secondo un itinerario che include Paestum, Agropoli, Torchiara, Velia, Ascea, Pisciotta, Palinuro, Centola, Policastro.

La mappa che segue la prende dagli scrittori classici.

Ecco dunque che quando visita le rovine di Velia, una colonia greca, che in epoca romana si era trasformata in un luogo di villeggiatura e di residenza per gli ammalati, non può non ricordare che probabilmente anche Orazio vi si era recato, per curare una malattia degli occhi. Non appare convinto che il fiume Alento sia degno dell’epiteto di “nobile” attribuitogli da Cicerone perché quando lo vede lui ha poca acqua, a causa del gran caldo, ma forse – pensa – in inverno si gonfia fino a diventare un fiume imponente e dunque “nobile”. Mostra un grande desiderio di visitare il sito dove si pensava fosse collocata la tomba di Palinuro, il nocchiero di Enea di cui parla Virgilio nell’Eneide, sebbene ritenga che il racconto di Virgilio “non è che una sua finzione poetica”. Cerca con cura le rovine di un tempio di Cerere o di Proserpina perché di esso parlano gli scrittori antichi ma non trova nulla che gli possa dare qualche indizio circa la sua collocazione. In quanto studioso dei classici si appassiona alle iscrizioni sepolcrali, che riporta in greco e in latino. Alcune sono molto tenere:

“L. Arulenus Sosimus ha eretto questo monumento alla sua carissima moglie Clodia Charis. Se essa avesse raggiunto la piena estensione della vita, egli non avrebbe avuto nulla da invidiare né agli uomini né agli dei: ha vissuto con lui appena quindici giorni”.

“Laggus, figlio mio, riposa in pace: tua madre ti supplica di portarla con te. Addio”.

Da buon anglosassone, Ramage scrive in maniera fattuale, precisa, dando informazioni che hanno un valore storico, ma di tanto in tanto fa trapelare qualche emozione. Come quando si trova in vetta al Monte Stella dove rimane abbagliato dalla “nobiltà” del panorama, o quando, scendendo verso una pianura in cui scorre il fiume Mingardo si mostra “non poco sorpreso nell’udire avvicinarsi il suono vivace e gagliardo di una cornamusa”:

“Per un istante mi sentii trasportare in qualche angolo remoto del mio paese natio e aspettavo che, da un momento all’altro, mi comparisse innanzi un montanaro scozzese nel costume nazionale”.

Poi capisce che in realtà si tratta di un pastore e che il suono emesso dal suo strumento – la zampogna – non è lo stesso della cornamusa, è comunque un suono che man mano che il pastore si allontana “diventa sempre più gradevole”.

Riscontra numerose differenze culturali tra i Cilentani e gli abitanti della sua terra. Una in particolare colpisce, perché vale ancora oggi. Quando sta per prendere congedo dal suo ospite e dalla sua famiglia nota che gli italiani:

“hanno un’abitudine che a noi è particolarmente sgradita. Accomiatandosi è usanza baciare tutti i maschi della famiglia e, allo scopo di rifarmi almeno in parte di questo orribile fastidio, feci sì che anche le signore potessero contare sul mio tributo, posso assicurarti, tuttavia, che anche questo compenso non riuscì a farmi accettare del tutto questa forma di saluto”.

Continuamente sottolinea “l’ospitalità cortese … la cortesia genuina e la bontà sincera di questo popolo semplice”, sia che si tratti di famiglie abbienti sia che si tratti di gente povera come nel caso di un contadino che mangia insieme alla moglie, al figlioletto e all’asino, che incontra lungo il cammino, gente poverissima che si dimostra pronta a condividere con lui un po’ di pane rozzo ed un fiasco di vino. Evidenzia in modo particolare la bontà dei frati del monastero di Centola che “gli preparano subito il pranzo, scusandosi che il pasto non sarebbe stato abbondante come avrebbero voluto, in quanto la regola dell’ordine li obbligava a vivere in modo morigerato”.

Ramage, ricorda Raffaele Riccio nella Introduzione, si trova nel Cilento circa tre mesi prima che scoppino i moti del 1828, per cui non può non notare che il governo attua un rigoroso controllo su chiunque si mette in viaggio. Gli viene chiesto continuamente di mostrare il suo passaporto forse perché si sospetta che possa essere un agente segreto inglese, incaricato di qualche missione politica. Gli vengono poste più volte domande sulla Costituzione inglese. Fa riferimento all’organizzazione dei carbonari, parlando di Pisciotta.

Anche i briganti rientrano nelle sue note di viaggio. Quando ne incontra alcuni riferisce che:

“anche loro furono sorpresi nel vedermi e balzarono tutti in piedi in un solo attimo. Mostravano delle facce decisamente poco raccomandabili;… Non esitai nemmeno per un momento; li salutai e, nonostante che da un momento all’altro mi aspettassi di udire l’ordine perentorio di fermarmi, proseguii per la mia strada; loro non dissero nemmeno una parola e neppure mi resero il saluto. Confesso che, non appena fui ben nascosto ai loro occhi accelerai di gran lunga il passo…”

Tuttavia, Ramage non se la sente di intervenire sulle questioni interne di un paese di cui conosce tanto poco. Solo una volta dà un “giudizio crudo e illuminante” con il quale, osserva Roberto Ritondale nella Postfazione, “si chiude il cerchio del suo viaggio” e si spiega “l’origine profonda dei problemi del Sud”:

“Per quanto ho potuto capire e vedere mi pare che questo popolo non sia ancora maturo per una forma di governo a rappresentanza popolare”.

Il Cilento che Ramage descrive, sottolinea ancora Raffaele Riccio, è “diverso da come lo percepiamo oggi”. E’ più il Cilento interno, che quello costiero. E’ fatto di montagne e colline, di sentieri, di fiumi, di paesi arroccati sulle alture. Il mare resta sullo sfondo. E non mancano nella descrizione di questa terra da parte del viaggiatore scozzese “le notizie che riguardano la vita quotidiana e l’alimentazione”. Frequenti sono ad esempio i suoi riferimenti alle salsicce che gli vengono proposte nelle varie locande in cui si ferma, e che nella dispensa di un oste vede insieme a “prosciutti che sembravano ben conservati, piccole forme rotonde di formaggio fatte con latte di capra e, appesa in reticelle, una grande varietà di frutta secca, come lo zibibbo ed i fichi. Due botticelle di vino…”. Il riferimento alle salsicce lo riporta di nuovo a un classico rivelando anche la sua curiosità di filologo:

“Da Macrobio apprendiamo che questo trito di carne veniva comunemente chiamato isicium, quindi salis isicia, da cui deriva la parola italiana salsiccia che si è modificata nella nostra lingua in sausage, derivata dal francese saucisse”.

Insomma, un viaggio quello di Ramage che mostra da un lato la sua cultura e dall’altro il suo senso di scoperta continua di un territorio fino a quel momento noto a lui solo attraverso la letteratura. Un viaggio che rende con una scrittura moderna (grazie anche alla traduzione di Raffaele Riccio) che fa trapelare qua e là il suo sense of humour tipicamente scozzese, sebbene lui si presenti come inglese a coloro che incontra perché, scrive, “il dichiararsi inglese assicura il massimo rispetto ovunque si vada, e mi dispiace pensare che il definirsi scozzese non garantirebbe il medesimo risultato”!