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A seguito del successo riscosso dalla presentazione del volume “Canti della mia terra” di Vincenzo Lamanna, il commento dell’autore e, a seguire, i commenti di Luigi Leuzzi ad alcune delle poesie.

I testi saranno corredati da alcune foto dell’evento.

Commenti a “Canti della mia terra”

Di Vincenzo Lamanna

La prefazione di questo terzo libro di liriche, “Canti della mia Terra “ esalta il biosistema terra – mare. La parola terra deriva dal latino (terra, tellus, humus ) che a sua volta deriva dalla lingua indio europea.  Indica la parte secca che coesiste con la parte liquida che occupa gran parte di essa.” E la terra sentii nell’Universo. Sentii che del cielo è anch’ella, e mi vidi quaggiù piccolo e sperso, errare , tra le stelle, in una piccola stella ( Giovanni Pascoli ). Si percepisce l’intima connessione del verso che unisce in una assonanza musicale, a tratti, interrotta da sussurri dell’anima l’ecosistema uomo – terra – cielo – mare. Vita intesa come pneuma, soffio, emozione, canto della terra con la metamorfosi delle stagioni. Ma terra è anche mito con i suoi personaggi, i suoi folletti di fiaba, con le sue storie, le sue tradizioni, i falò di un tempo arcano di vecchie e nuove emigrazioni, di guerre e di distruzione da condotte malevoli che distruggono il bene ambiente. La società liquida, fondata sul narcisismo dell’immagine mediatica e sull’adulazione del corpo sano e del corpo bello, ha comportato l’emarginazione dei fragili, protagonisti solo di cronaca di effetti solidali. L’uomo, non più faber suae quisque fortunae, è travolto dallo tsunami della medialità del potere economico e vive la malinconia del distacco del suo ambiente di vita. Si vive il paradosso della estraneità del luogo di vita e si comunica sempre meno. Lo stesso linguaggio è impoverito, ridotto a pochi monosillabi del correre, del fare in fretta, per andare dove?   La terra non viene guardata più nei suoi cangianti colori, ma intesa corpo a se stante, diventa terra dei fuochi, dove i fiumi muoiono del veleno di Ades. Riaffiorano i vecchi titani del male. Passano come realtà astratte il valore dell’accoglienza e del confronto della società – paese e del vico come agorà nascita unione e della morte, la ritualità della società civile. Di qui la poesia acquisisce un significato salvifico del valore terra – mare, in concomitanza di tragedie come le terre di Gomorra e delle nuove emigrazioni con un trasferimento di esperienze di connotati diversi. Quale è allora il valore della Poesia? Significato contemplativo romantico? Penso ad un determinato carattere civile, di grido, di verso spezzato di accostamento di memoria di mondi non comunicanti, dove si cerca disperatamente con il gioco della metafora di non perdere la bellezza della flora, l’esempio dei padri, la ritualità arcaica di déjà-vu. Il rischio è che non ci sia comunicazione tra vecchio e nuovo. Ma la  poesia è eterea, nasce e non muore, è anima che emigra pupa nelle storie dei Fragili, dei vinti, che nell’anonimato, hanno fatto la storia. La poesia spinge l’uomo a ritrovare la sua identità perduta, a ritrovare se stesso nel cogito della sua esistenza e delle scelte adattive, la ricerca di quella vis roboris, rappresentata dalla bellezza e dal carattere austero dell’Asfodelo, un fiore non conosciuto, ma che nasce e muore in solitudine nei nostri borghi e che si erge con i suoi fiori su avelli di ignavia e richiama alla ricerca dei valori perduti. La poesia nella comparazione etica terra –mare, cerca di recuperare la propria identità e di affermare il valore della vita, il volo obliquo delle rondini che non conosce l’odio che divide l’altro, il grumo di sabbia che togli ai piedi del giglio marino e che trattieni in un pugno, è la vita stessa che  non devi lasciarti sfuggire… la vita che va difesa, amata, tutelata come dalle madri di un tempo che sollevavano, con il grazie dell’ave vespertino a Maria,  il pane rigato con l’unghia da una croce. La poesia è come una polla di zolla arsa dal divenire delle consuetudini, quasi una maremma di api ronzanti dove si corre il rischio di cercare l’effimero in sostituzione del valore reale trasmesso dai padri. La gestualità del lavoro, il canto delle donne, l’allegria delle fiere, la ricerca di un amore, povero e vissuto in letti vergini di gialle pannocchie di granturco, creano una sorta di misticismo, vissuto in solitudine nel ricordo che appare tra il Mediterraneo e la luna e amanti di odissea eterna. La poesia nasce con l’uomo, con i vagiti del mattino, i dolori cangianti dell’aurora, il sussurro della marea, che instancabilmente va verso la piatta riva… che cosa la spinge, forse Dio, che noi chiamiamo per compensare quel vuoto delle mancate risposte al dolore improvviso che ti tradisce come la mesta stagione che arrossisce le grasse melagrane. La speranza in un mondo migliore, l’ondulare tremulo della marea, il risveglio da un lungo sonno di inedia, può la poesia con i suoi versi dare… canto della spiga gialla del grano maturo? Canto… Canti della mia Terra… il mare è aperto… la marea va alla riva e ritorna, instancabile con i suoi irrefrenabili cavalli bianchi, urla la disperazione dell’esistenza, i barconi cercano l’approdo a una nuova terra, il verso non cambia è canto… canto solo poesia.

Commento alle poesie di Enzo La Manna scelte dalla raccolta “Canti della Terra Mia”

Di Luigi Leuzzi

Il poeta Enzo La Manna rappresenta in quest’ultima raccolta una umanità travolta da un inesorabile destino di perdita e di rimpianto a cui oppone tuttavia l’innocenza di un mondo che ancora da voce al mito ed al mistero e nello slancio vitale delle corrispondenze simboliche rinvenute, ancora trova un rimedio ed indica una speranza. Il paesaggio antropico così come viene delineato va incontro ad un inesorabile processo di dissolvenza mentre i luoghi dell’anima si rarefanno in sparute presenze di condensazione e purificazione e così tuttavia costituiscono un insperato baluardo contro la violenza e l’arroganza del male.

Nella Terra dei fuochi Ades-Gomorra versa il sudore letale nelle vene dei fiumi e travolge e così tracima l’innocenza dei frutti della terra; a nulla valgono nel contrasto ineludibile l’inchino di pietà dei semi di melograno di Persefone, il racconto delle madri che rigavano il pane con le unghie di erica al canto dell’Ave Maria; l’ira di Demetra capace di impedire la crescita delle messi. Brucia la gomma delle sagome degli uomini senza pudore e così il poeta ci consegna questa immagine dolente della terra e dei suoi figli. (1)

La vita intanto, simboleggiata dal volo imperscrutabile ed obliquo delle rondini, non conosce l’odio che divide né il dolore sigilla l’amore nella polvere di un infinito smarrimento; intanto c’è sempre in ciascuno di noi un sogno o una speranza  e nella gioia che proviamo di fronte il suo verificarsi, ritroviamo le stesse emozioni di quando eravamo fanciulli e nel buio cercavamo le mani nostre o dei nostri cari o la leggerezza di un bacio che illuminava il viso rigato dall’ombra e come l’alba di una nuova vita faceva luce sulla perdita di un amico o sulla fine di un amore.

Questa emozione che rimane ed è ravvivata dalla speranza “non gettarla via è la vita”. (2)

La guerra intanto sottrae i giovani figli alle passioni rubre, al silenzio incontaminato dei campi e così irrompe nello scenario atavico dell’infanzia e della fanciullezza con immagini di guerra e di rovina; le camice verdi da militare celano alla vista consueta gli ulivi,le spighe dorate disvelano un seme acerbo intriso della paura che pervade le nude trincee; a testimonianza di un mondo antico e tuttavia rassicurante rimane la presenza della pergola dei vitigni arcaici e la lacrima del tralcio reciso, il raggio di luce che cancella l’arroganza dell’odio, il corbezzolo dove Pallante morente fu adagiato tra i vinti e tinse la terra di un nuovo tricolore. (3)

Nei nostri borghi intanto è calato il silenzio e non si odono le voci in coro delle donne che un tempo accoglievano il passaggio delle stagioni, appena un allegro brusìo di api ci conforta quasi a sigillo di una rigenerazione possibile per un paesaggio dell’anima a cui manca il vagito di una nuova vita, la festosità dei riti nuziali, il trambusto dei banditori di merce. La memoria è racchiusa in una fotografia in bianco e nero e il giorno non ha più canto. (4)

In un mondo non lontano dove si uccidono figli di altri padri senza pietà ha senso parlare di perdono? Le stesse stelle livide hanno avuto vergogna del silenzio dell’uomo, tra i suoni dei corni di guerra una umanità attonita attende un lampo nel cielo arcano quasi a redimere ciò che Saul trascese nella sua conversione: una inaudita e spietata ferocia contro gli innocenti. (5)

Lo scoppio di uomini di chiodi impazziti che uccidono altri uomini in nome di nere bandiere… lo stupore dei feriti ed il silenzio dei morti tuttavia cedono il passo alla luce che dipana l’ombra delle paure. Tra il mediterraneo e la luna la vita fiorisce nonostante tutto come l’iris tra i neri carrubi mentre le mani dei bimbi disegnano il rosso, l’azzurro dei colori della vita. (6)

 

Leuzzi Luigi

 

Poesie citate dai “Canti della Terra Mia”:

1) ” Camminando scalzo nella terra dei fuochi”

2) “E’ la vita”

3) ”Il campo dei vinti”

4) ”Il giorno non ha più canto”

5) ”Sulla via di Damasco ,cenere di mirto”

6) ”Tra il mediterraneo e la luna”