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Alla fine dell’800, nei Comuni del Meridione d’Italia i beni demaniali dello Stato venivano venduti all’asta, per legge.
Lo spirito del legislatore fu quello di consentire al mondo contadino di poter ambire a qualche ettaro di terra da coltivare e migliorare così la travagliata e misera sua esistenza.
Ed in generale, di attenuare tutte quelle turbative sociali avvenute negli anni precedenti e subito dopo l’Unità d’Italia con il brigantaggio.
La riforma in agricoltura fu salutata, inizialmente, con enorme entusiasmo, perché essa permetteva alle classi più deboli di mutare le loro condizioni di vita.
Però, le speranze, che le classi lavoratrici avevano riposto in essa, andarono ben presto deluse.
Infatti, la legge cominciò ad essere deviata ovunque. Nelle campagne a favore della grande e media proprietà e nelle città a favore, soprattutto, del grande latifondo meridionale: forti del fatto che i ceti del mondo agrario, a vario titolo, spadroneggiavano in ogni organo istituzionale di controllo e nella sede del nuovo parlamento italiano.
Qualcosa di simile avvenne anche nei piccoli contesti sociali e rurali delle campagne sperdute del Sud d’Italia, come appunto nel nostro Comune di Centola.
Qui, la vendita all’asta dei beni demaniali era rinserrata nei cassetti degli uffici comunali e di essa finiva per esserne a conoscenza unicamente chi amministrava il Comune. cioè il ceto agrario che gestiva la cosa pubblica per diritto di censo.
Tale ceto, che beneficiò di questa legge, finì per accrescere la sua condizione sociale, già molto influente nel corpo sociale della comunità. Ancor di più ne cementò il diritto suo di amministrare, mentre il mondo contadino era escluso dal voto, perché analfabeta. Il ceto agrario del Comune garantì per sé la vendita all’asta dei beni demaniali e così si controllò al suo interno ora con la vendita a Tizio, ora a Caio ed ora a Sempronio. Da una parte. Dall’altra, ciò che gli era più importante, con quella sistematica e continua deviazione dell’asta a suo favore riuscì ad impedire di fatto al mondo contadino di accedere al diritto di voto. In sostanza negò per il futuro che esso divenisse una classe sociale e politica, capace di concorrere e di entrare in conflitto con la propria, attirando su di sé il consenso popolare.
Ma il mondo contadino, in generale, non reagì adeguatamente a tali soprusi. Restò in attesa di poter fare, prima o poi la sua legittima scalata sociale.
Perciò, in concreto non assunse un’iniziativa di lotta strategica, salvo qualche azione temeraria, destinata al fallimento più a titolo individuale che collettivo.
Una prima forma di occupazione del Comune di Centola avvenne per questa causa e a questa maniera da parte di due protagonisti del nostro paese, Sciarapezza e Vito di Tata.
I nostri due compaesani erano rientrati a Centola dall’America del Nord, verso la fine dell’800, appunto.
Si erano ritirati con un po’ di soldi in tasca, che pochi allora avevano.
Figli di umili origini, erano ambedue di temperamento forte. Sciarapezza si lasciava guidare negli aventi dal suo istinto sanguigno mentre Vito di Tata dalla sua predisposizione alla riflessione, però ambedue alteri e collerici di fronte alle ingiustizie. A volte non disdegnavano di essere anche violenti, quando occorreva che il torto subito dovesse essere ripagato con la sola moneta sonante.
Con il rientro a Centola, anche loro auspicavano di fare il grande passo nella società civile, tanto ambito e desiderato dal contadino. E con quei soldi in tasca cominciarono a comportarsi come se quello status sociale l’avessero raggiunto già.
Però, passavano i giorni, i mesi, gli anni ma a quella condizione essi non poterono mai pervenirvi, per quella sorta di segretezza che incorniciava tutto l’iter delle vendite all’asta.
A questo punto, Sciarapezza ideò il piano di andare in Comune e sfrattare dalle sue funzioni il segretario comunale. Il massimo responsabile, a suo dire, di questo continuo pacco, che ogni volta che c’era una vendita si andava a combinare.
Naturalmente ne parlò con il suo amico Vito, che era alquanto restio e recalcitrante nell’ascoltarlo. Tira e molla, molla e tira, alla fine ebbe la meglio l’idea di Sciarapezza.
Espressero al segretario tutte le loro doglianze con un orgoglio ferito ma con il cipiglio degli uomini d’onore.
I nostri non ebbero il tempo di ultimare le ragioni del loro umano risentimento che il segretario comunale stava già sul viottolo di via Serra, pronto alla fuga.
In verità, più per via di quella leggenda che aleggiava intorno alle loro figure che per le loro lamentele pronunciate al cospetto di lui.
Sciarapezza, tutto raggiante, stava ormai seduto al posto del segretario. E con i pollici delle mani dentro la vita dei pantaloni, tamburava le altre dita in continuazione su di essi e rivolgendosi all’amico, che era stato alquanto timido ad intraprendere la temeraria impresa, lo apostrofò con tono trionfante: < hai visto? Tutto è stato semplice. Proprio semplice. Al segretario, ci abbiamo messo il pepe a quel posto > e poi continuò, ridacchiando: < e come ce l’abbiamo messo!>.
Vito di Tata, che sgranava gli occhi per l’azione riuscita senza colpo ferire, replicò con sicumera: < cavolo, ma perché non abbiamo agito tempo prima, invece di starcene a pensare e riflettere? > mettendosi a questo modo, alla pari con la determinazione dell’amico.
Trascorsero due giorni di gloria in Comune e furono salutati dalla folla e dagli amici come due eroi.
Il mattino seguente un cellulare dei carabinieri di Vallo della Lucania si fermò in piazza Imbriaco a prelevarli.
Vi salirono, senza il conforto di nessuno di coloro che nei giorni precedenti li avevano tanto omaggiati.
Uno scenario triste di un popolo vinto, che si era dileguato alla stregua del segretario. Era una rappresentazione reale di come fosse umiliante la condizione di tutto il Mezzogiorno, che molti anni avrebbe dovuto attendere ancora, perché la sua estrema circostanza fosse elevata a dignità umana.
Compare Vito, di fronte a quel vuoto che aveva creato l’azione repressiva dello Stato, rientrò anche lui nei suoi panni di uomo tutto di un pezzo ma riflessivo rispetto all’impotenza oggettiva dei fatti.
Prima farfugliò tra sé: < e perché era tutto semplice. E perché il pepe ce l’avevamo messo a quel posto>. Poi sbottò a voce alta : < hai visto, compare, dove ce l’hanno messo il pepe a noi?> e alla fine bofonchiò alla sua maniera: < compare, ce l’hanno messo proprio a quel posto, dove pensavamo di averlo messo noi!> mentre la camionetta dei carabinieri scendeva lungo via Santa Sofia (oggi via Roma) per Vallo della Lucania.

A cura di Luigi Speranza (Centola)